A Capalbio, percorrendo gli ultimi passi di Tiburzi

A Capalbio, percorrendo gli ultimi passi di Tiburzi

Il percorso

…Tiburzi invece  sparò anche lui ma colpì un otre in terracotta, i militari risposero al fuoco e colpirono Domenichino alle gambe e al torace, uccidendolo sul posto…

Così moriva Domenico Tiburzi, il brigante più popolare della Maremma, la notte tra il 23 e il 24 ottobre del 1896, in uno scontro a fuoco con i Carabinieri.

Si trovava in un podere il località Le Forane a due passi dal paese di Capalbio, a circa 40 chilometri a sud di Grosseto, capoluogo della Maremma Toscana, e cinque dalla costa tirrenica.

Tiburzi detto Domenichino, amante del porcino e delle belle donne, considerato grosso problema per il giovane Regno d’Italia, ha caratterizzato la storia della Maremma di tutta la seconda metà del 1800 fino ad assumere oggi, un alone di leggenda.

Abbiamo ripercorso i passi, che il famoso brigante e la sua banda oltre un secolo fà, facevano dal paese di Capalbio ai poggi circostanti, dove la macchia mediterranea, folta ed impenetrabile, dava una protezione sicura.

Su strade vicinali e sentieri attraversando la valle e le colline, siamo passati il località Le Forane luogo dell’uccisione fino ad arrivare al cimitero di Capalbio dove fu sepolto Domenico Tiburzi.

Un percorso di diciotto chilometri, dal sapore antico, carico di tradizione e storia di questa terra che sembra sempre risorgere in ogni epoca.

Tiburzi

Tiburzi rappresenta un esempio di criminalità nata come risposta alle ingiustizie della società.

Dai grandi proprietari pretendeva la “tassa del brigantaggio” e in cambio garantiva protezione agli stessi proprietari terrieri.

Divenne un eroe popolare, il brigante buono e soccorrevole che uccideva “perché fosse rispettato il comando di non uccidere”.

Eliminò, infatti, molti briganti che si erano distinti per la loro prepotenza e cattiveria, quando capì che non sarebbe riuscito con la persuasione a ridurli a più miti comportamenti.

Egli distingueva bene la legge dalla giustizia e lui stesso si era nominato protettore della giustizia anche contro la legge dello stato.

Si sposò con Veronica dell’Aia che gli dette due figli.

L’uccisione del brigante

Erano le ore 3 della notte tra il 23 e il 24 ottobre. I carabinieri delle stazioni di Marsiliana e Capalbio (Orbetello) diretti dal brigadiere Demetrio Giudici dell’Isola del Giglio perlustravano Porane, ed ivi, nella casa di certo signor Collacchioni, loro favoreggiatore, circondata da foltissima macchia, sorpresero la famiglia dei famigerati latitanti Tiburzi e Fioravanti.

Quegl’individui se ne stavano pacifici, tranne il Tiburzi, il quale, per uno strano fenomeno aveva, qualche ora prima, espresso il presentimento della prossima sua uccisione, dopo d’avere sfidato ridendo per tanti anni, tutte le catture, tutte le autorità, tutti i carabinieri possibili e immaginabili.

Appena i due briganti si videro sorpresi nella casa dove temuti, e perché temuti accarezzati, avevano trovata ospitalità, si posero sulle difese.

Erano armati d’ottimi fucili a retrocarica, di rivoltelle e di pugnali. Ma i carabinieri non ebbero paura e li assalirono uccidendo il Tiburzi: il Fioravanti, favorito dall’oscurità, potè fuggire. I carabinieri, nonostante fossero bersagliati dai colpi dei due capobriganti, rimasero illesi per miracolo.

Sul luogo, si trovarono due impermeabili, un fucile a retrocarica, due fiaschi di vino, due borse di pelle con viveri, medicine, oggetti di pulizia, (spugne, spazzole), un cannocchiale monocolo, un orologio, ed altri oggetti.

Si tentò subito d’inseguire il Fioravanti, e si arrestarono i favoreggiatori delle due buone lane.

Il cadavere del Tiburzi era crivellato di colpi.

La gamba sinistra è rotta in due punti; la gamba destra è colpita da due palle.

La ferita mortale fu alla testa.

Capalbio

Il territorio del Comune di Capalbio, estremo lembo della Maremma Toscana, si estende dal mare alle colline che, oltre il capoluogo, si uniscono a quelle di Manciano, Orbetello e dell’Alto Lazio.

Il litorale che si estende per 13 chilometri, è dominato dal tombolo, la caratteristica vegetazione mediterranea profumata di ginepro, erica, mirto, pini e ginestre.

Risalendo attraverso la placida e ordinata campagna, tra file di viti ed olivi, si incontra il borgo medioevale di Capalbio, posto su una collina circondata dalla “macchia”, quella Mediterranea, fitta e misteriosa, patria di cinghiali e caprioli.

Nell’insieme un territorio dal sapore antico, che ha conservato un aspetto selvaggio e tranquillo al tempo stesso, in un ambiente naturale di straordinario valore.

Cenni storici

Il Castello di Capalbio faceva parte della donazione all’Abbazia dei Santi Anastasio e Vincenzo alle Tre Fontane nell’805 da parte di Carlo Magno per poi passare al papa Alessandro III tre secoli dopo.

Pochi anni più tardi sono gli Aldobrandeschi ad ottenere in enfiteusi le terre di Capalbio dall’abbazia, che alla fine del XIII secolo, vengono conquistati da Orvieto ed in seguito passarono alla Repubblica di Siena, sotto il dominio degli Orsini, che arricchirono il possedimento con mura, case, chiese e viene completata la Rocca.

Nell’aprile del 1555 le truppe spagnole, alleate con i Medici, conquistarono Siena e Capalbio cadde sotto il dominio degli spagnoli.

Capalbio fu assegnato dalla Spagna a Cosimo I de’ Medici e da questo momento iniziò per il paese una crisi economica e demografica.

L’aria malsana, comunque, è uno dei più gravi problemi che tutta la Maremma dovette affrontare durante il XVII secolo e infatti avviene lo spopolamento dovuto alla malaria.

La dinastia dei Medici manterrà la propria sovranità sul Granducato di Toscana fino al 1737, quando, estinto il ramo principale, la successione passerà ai duchi di Lorena.

Nel frattempo lo Stato dei Presidi cessa di essere possedimento spagnolo per passare sotto il dominio degli Austriaci e quindi dei Borboni nel 1736.

In questo periodo alla disastrosa situazione sociale si aggiunse anche la piaga del brigantaggio che terrorizzava la Maremma.

Questo di fine Ottocento rimane per certi versi uno dei periodi più originali, legato com’è all’epopea dei briganti;

echeggiano nomi ed episodi leggendari ed uno su tutti quello di Domenico Tiburzi, mai domo, ucciso nel 1896 in circostanze misteriose ed altrettanto misteriosamente sepolto.

Dopo la seconda guerra di indipendenza Capalbio passa sotto il Regno d’Italia e l’agricoltura è ancora caratterizzata da estese proprietà fondiarie.

Il percorso

Il percorso di circa 18 chilometri è un anello che parte dal borgo di Capalbio e su strade vicinali bianche ed in parte anche asfaltate ritorna al luogo di partenza.

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Route5054151-Capalbio   

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50 100 150 200 5 10 15 Distance (km) Elevation (m)
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Da vedere

Il centro storico di Capalbio, con la sua inalterata urbanistica medioevale, la Porta Senese, il Camminamento di Ronda, la Pieve di San Nicola con pregevoli affreschi di scuola umbra e senese del ‘400.

L’Oratorio della Provvidenza con una Madonna con Bambino circondata dai Santi attribuita al Pinturicchio, la Torre Aldobrandesca dalla quale si gode di un panorama unico.

Il Castello, oggetto di un lungo e splendido lavoro di restauro, nel quale è custodito il Fortepiano Conrad Graf, uno strumento quasi unico sul quale componeva Giacomo Puccini.

La Riserva Naturale del Lago di Burano, una delle più famose Oasi del WWF, posta tra il mare e la terraferma, dove è possibile ammirare rari esemplari di uccelli, fauna e flora palustre.

Il Giardino dei Tarocchi, della grande artista Niki de Saint Phalle, un’opera unica nel suo genere, con migliaia di visitatori da tutto il mondo che vedono spuntare dalla vegetazione del colle di Garavicchio, insoliti, mistici e coloratissimi, i giganti ispirati alle figure simboliche degli arcani maggiori.

Fonte: Wikipedia

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